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Rialto, un castelletto per le prostitute

libertinismo in pillole

Rialto, un castelletto per le prostitute

Prima dell’avvento delle grandi cortigiane e delle infime carampane, c’era a Venezia un castelletto. Le ipotesi sul primo bordello veneziano.

La guerra del castel d'amore in un'incisione di Giuseppe Gatteri
Coitus, Tacuinum Sanitatis, Bibliothèque nationale de France, Parigi, fine XV sec.

Da qualunque angolazione si approcci il tema sempre controverso (e a tratti mitologico) della prostituzione a Venezia, un passaggio obbligato è quello dell’apertura, nel 1360, a Rialto, di un bordello semipubblico, ovvero un postribolo legale e regolamentato dalle leggi ma con una partecipazione economica privata (privata come la proprietà degli edifici che lo ospitavano, dei nobili Venier e Morosini!). E infatti, quello che oggi chiamiamo paternariato pubblico-privato è sempre stato la più potente chiave di lettura dell’economia veneziana. Lo disse bene Frederic Lane, uno dei massimi studiosi dell’economia veneziana: “Tutti i mercanti nobili di Venezia agivano come un’unica, grande società regolata il cui Consiglio di Amministrazione era il Senato”. Il riferimento di Lane è soprattutto alle mude, i convogli di galee commerciali di proprietà pubblica appaltate ai privati, ma il ragionamento si può estendere a vari ambiti dell’economia veneziana, anche a quello sessuale.
D’altronde, benché ufficialmente osteggiata, la prostituzione era entrata da tempo nell’economia della città, anche a beneficio delle casse dello Stato (ma anche qui, sfateremo qualche mito). Inoltre, negli stessi anni, pubblici postriboli sorgevano un po’ in tutte le grandi città europee, anche se con caratteristiche molto diverse da quello Rialtino.
Ma come dobbiamo immaginare il bordello veneziano? Nei documenti è designato con il termine evocativo “Castelletto”, si trattava probabilmente di un piccolo quartiere a luci rosse più che un singolo edificio.
Ma perché questo nome? Ci sono varie ipotesi…

1. L’ipotesi cortese

La guerra del castel d'amore in un'incisione di Giuseppe Gatteri
La guerra del castel d’amore in un’incisione di Giuseppe Gatteri

Un primo significato del nome castelletto, certamente suggestivo, rimanda al Castello d’Amore, un gioco medievale in cui dei baldi cavalieri dovevano espugnare dei simbolici castelli in cui erano state rinchiuse delle giovani dame. I “chastels d’amors” si trovano descritti anche in qualche poemetto veneto di metà ‘200 che non disdegnava di solleticare le fantasie su cosa succedesse alla conquista (“… le sale nel giro superiore sono fatte dell’accarezzarsi in gran numero e del giacere al chiuso, tutte nude con gli amanti nudi…”). Nella storia veneta, proprio uno di questi tornei, quello che si svolse nel 1214 a Treviso tra squadre di nobili veneziani, padovani e trevigiani, aveva dato avvio ad una vera guerra contro i patavini, colpevoli di oltraggio allo stendardo veneziano.
È l’immaginario cortese delle dame nel castello ad aver battezzato il lupanare veneziano? Secondo lo storico Giovanni Scarabello l’ipotesi è poco probabile anche se dai castelletti di Pisa e Genova agli “château” di Avignone e Tarrascona sono numerosi gli esempi di bordelli che portavano questo nome.

2. L’ipotesi paesaggistica

La guerra del castel d'amore in un'incisione di Giuseppe Gatteri
La partenza di Niccolò e Maffeo Polo da Venezia, miniatura da “Li Livres du Graunt Caam”, 1400, Boldeian Library, Oxford

Una seconda ipotesi sull’origine del nome “castelletto” riguarda l’aspetto architettonico dei caseggiati che ospitavano il bordello. L’idea è meno sciocca di quanto sembri. La presenza a Venezia di edifici turriti e merlati è ancora riscontrabile non solo nella pianta del De Barbari (1500) ma qualche muraglia è ancora visibile passeggiando per la città (se volete vi ci porto!). Tracce varie di torri e torricelle rimangono nella toponomastica (ad esempio non distante dal castelletto troviamo un Rio delle Do torri). È possibile che, anche a causa dell’alta densità edilizia del quartiere che si traduceva in case a vari piani, addossate l’une alle altre, il complesso del bordello apparisse arroccato su se stesso, come un castelletto?

3. L’ipotesi pratica

La guerra del castel d'amore in un'incisione di Giuseppe Gatteri
“Nessuno dovrebbe condurre una donna sospetta nella Casa della Saggezza” dal libro statutario del Collegium Sapientiae, 1500 circa, Archivio Universitario di Friburgo

L’ipotesi più accreditata sul significato del termine “Castelletto” non esclude le fascinazioni del Castel d’Amore e le implicazioni edilizie del caseggiato, ma sottolinea la funzione pratica del bordello. Doveva raggruppare (ma più correttamente rinchiudere) le prostitute della città nello spazio di poche calli, doveva essere sorvegliato da sei guardie e chiuso entro il terzo rintocco della notte. Moltissime le regole cui era sottoposta la vita delle prostituite, tra cui il divieto di uscirvi, ad eccezione del sabato. Regole puntualmente ampliate, ribadite, ricordate nei secoli successivi, a riprova di quanto fosse difficile farle rispettare. Tuttavia, per quanto possa suonare stonato, il Castelletto nacque anche col fine di proteggerne le protagoniste e di evitare che si sviluppassero condizioni di vita prossime alla schiavitù. La gestione del castelletto, affidata a matrone “contabili”, era appositamente configurata per far emergere le situazioni di maltrattamento e sfruttamento cui le ragazze erano spesso sottoposte, riconoscendo a quest’ultime diritti inalienabili e strumenti per esercitarli. Medievale, ma progressista.

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